Un viaggio fatto di parole, argute e sfacciate a tratti, che racconta come gli stereotipi, femminili e maschili, tolgono i sapori al mondo. In scena a dicembre, a Spazio Teatro a Reggio Calabria, “Se possibile”, l’ultima creatura di Tiziana Bianca Calabrò, che è andata sul palco e ne ha scritto il testo, con i suoni curati dal polistrumentista e percussionista reggino, Giuseppe Costa. Le luci sono di Francesco Villari, i costumi di Caterina Casile.
C’è un pulpito. E una figura di bianco vestita. Una dama che porta in grembo le parole di un lungo percorso che inizia col vagito del neonato e che arriva fino alle storie del pavimento pelvico delle donne. Dall’inizio alla fine c’è sempre qualcosa da chiedere al sesso femminile, dall’alba dei tempi o forse no considerando le società che si fondano sul matriarcato. La realtà però è che alle donne si chiede di sempre performanti nella vita.
Per l’attrice spogliarsi dall’abito bianco, in un secondo atto, è rivelare il nero della nuova veste, di cui è emblematico il corsetto che ne è parte integrante, metafora forse delle costrizioni con cui convive, quando non soccombe, il genere femminile. Calabrò è divertente nel racconto serio, che porta in scena attualità e brutalità anche del quotidiano con le vittime di violenze di genere, ma lo fa col suo tono, scanzonato, irreverente ma, nello stesso tempo, educativo. I suoni di Costa mettono sull’attenti lo spettatore, che riesce a stare vigile e sull’onda della narrazione, grazie anche alle luci di Villari che sostengono lo spettacolo.
Tra le tracce della narrazione non manca l’ossessione del tempo che passa. In uno sgabello che la protagonista usa nel monologo e che prima tiene nascosto e poi svela al cambio d’abito: «È un simbolo di come le cose cambiano, il tempo passa e di come noi ci adattiamo» chiarisce Calabrò.
Femminile e maschile
“Se possibile”, due semplici parole dietro le quali si cela un universo, o più d’uno. «Il filo conduttore dello spettacolo è la narrazione, in cui, oltre a raccontare il mondo maschile e quello femminile, si cerca di trovare una linea comune. (Se possibile) Due parole che contengono la consapevolezza di quanto siamo fragili, imperfetti. Non è detto che ci riusciamo a far comunicare i mondi, è un’ultima possibilità che abbiamo, di crescere come esseri umani, di trovare un linguaggio comune rispetto invece a quello che finora è stato molto separato».
La sinergia con Peppe Costa è nata per caso. «Le mie collaborazioni in scena sono state quasi tutte femminili. Volevo creare un rapporto dialettico. Volevo una presenza maschile, per il genere di spettacolo, per il tipo di narrazione e così ho cercato un musicista. Avevo visto degli spettacoli di Giuseppe Costa e mi erano piaciuti. E l’ho contattato». Una collaborazione che ha affinato la struttura dello spettacolo: «In sede di prove sono venute fuori nuove idee, grazie alla presenza e alla generosità di Peppe, fondamentale».
Non è un’estemporanea la pièce dedicata a questa tematica. La narrazione al femminile, spiega Calabrò «È cominciata nel 2012, nel mio blog, “La medaglia del rovescio”. Dopo anni di studi, di letture di testi, di confronti col mondo femminile. Forse ho cavalcato molto questa parte e ho trascurato quella maschile. Chiaramente mi è venuto più semplice parlare di donne perchè è ciò che conosco meglio. Dal blog la scrittura si è evoluta verso la drammaturgia. Mi piace l’idea di portare la mia scrittura sul palco in un luogo tridimensionale. Nel tempo, l’elemento femminile è stato sempre assoluto e totalizzante, qui invece c’è il rapporto dialettico con gli uomini».
Il teatro e la responsabilità della parola
Voci che si dipanano, alternandosi, tra donna e uomo, verso la funzione che è propria del teatro civile. Ma per l’autrice «Più che di educazione, il problema che mi pongo è quello della responsabilità della parola quando scrivo e, a maggior ragione, quando vado in scena con questo tipo di spettacoli. Quando scrivo di teatro contemporaneo e in scena vanno altri personaggi mi sento più libera per certi aspetti, anche di spingere di più nella struttura narrativa. Invece in questo genere di spettacoli in cui ci sono io e tratto temi che sono stati oggetto di studio, o c’è la quotidianità o i rapporti umani, la domanda che mi pongo è: è giusto ciò che dico? C’è questa mia visione e mi chiedo se possa generare pensiero, domande, dubbi…e questa è la funzione che può avere il teatro. So che lo spettacolo ha suscitato discussioni. A me personalmente piace il cosiddetto teatro divulgativo, quello che racconta situazioni reali, ma mi piace farlo in maniera creativa e leggera».










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