A(r)mo” è un contenitore. Un gioco di parole inclusivo dove l’amore sconosciuto cura un amore perso. È andata sold out ad Antigone, Osservatorio sulla ndrangheta, la prima della drammaturgia scritta da Tiziana Bianca Calabrò, in scena Renata Falcone per la regia di Basilio Musolino, i costumi di Alessia Forotti e le luci di Antonella Bellocchio. Una co-produzione Compagnia ‘Ucriu e Teatro Proskenion.

A(r)mo è, in primis, il racconto di un luogo unico al mondo. Armo, frazione di Reggio Calabria, nel cui cimitero, c’è un posto speciale dedicato ai migranti morti in mare. Erano 45, chiuse nei sacchi neri, le salme arrivate al porto di Reggio Calabria a maggio del 2016. Dal giugno del 2022 l’abbraccio del camposanto che restituisce dignità e rispetto a queste vite umane.

Ma il nome A(r)mo racchiude la voce del verbo amare. Il racconto dipana da Carmen, la protagonista, abitante di Armo, fonte inesauribile che trasuda sentimento, nonostante la vita non sia stata magnanima nei suoi confronti.

È Renata Falcone, perfettamente nel ruolo, con le sue braccia e le sue dita, coi suoi movimenti lenti, di danza di abbandono, che mima vita e morte, nella scenografia che ondeggia con lei e con le margherite per i cari migranti estinti. Adottati dal cuore di una donna che ha tanto da dare. Sola, per aver perduto il suo Carlo Alberto, Carmen è la giostra intricata accanto alla quale si muovono le altre figure del paesello, dalle comari ai nullafacenti.

Armo, storia di amore e migranti

Per i costumi prima c’è il bianco della sposa, la primavera di Carmen che ricorda la gioia del suo amore e le lettere di Carlo Alberto lontano. Un abito di cui si spoglia, per rimanere con quello nero, quando a galla, insieme ai migranti annegati (“quei morti in fila che guardano con quegli occhi fissi”), torna tutto il dolore per l’amor perduto. Un amore che riesce la protagonista, in qualche modo, a recuperare, a trasmutare in un nuovo sentimento per anime sconosciute alle quali lei riesce a trovare nomi (“Perchè lo sanno che nessuno ti salverà se non hai un nome”).

Nella drammaturgia ci sono le cifre di chi ha perso la vita, dal 2013 a oggi; ci sono anche i suoni della disperazione e le voci della morte, grandi e bambini piccoli, di chi cerca la fortuna e invece finisce mangiato dai pesci. C’è tutta la vergogna, sussurrata con poesia, di una situazione che la politica ha mostrato di non riuscire a gestire. E l’unica salvezza, forse, fino a che ci sarà, sono i fiori e la poesia che con amore porta Carmen.

(Foto di MARCO COSTANTINO)

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