La sua vita è stata una continua partita a scacchi con la morte. La storia vera di Paolino Montalto, nato a Portopalo nel 1918, vale la pena di raccontarla mille, centomila volte perché, nel suo attraversare il Novecento, è più attuale che mai e ci porta dentro le barbarie e l’assurdità di tutte le guerre.

A tirare le fila della narrazione ci ha pensato il testo di Andrea Puglisi, attore e scrittore catanese ne “La guerra di Paulinuzzu Millarti“, per la regia di Benedetta Nicoletti, liberamente tratto da “Le avventure di Nuzzu Millarti” di Francesco Montalto, andato in scena tra i resti dell’antico teatro dell’Odeion, risalente al periodo ellenistico, a Reggio Calabria.

E le pietre, che nei millenni passati ospitarono l’eco di antiche tragedie, riprendono ora a vibrare della moderna drammaturgia, non meno dolorosa. Andrea Puglisi, in quest’opera, porta avanti il lavoro, a lui caro, di raccolta delle storie dei soldati delle guerre che hanno insanguinato il paese, affinché i loro dolori e il loro sacrificio non vadano perduti e possano non esser stati vani.

Lo spettacolo è già vincitore del premio “Più a Sud di Tunisi” per l’interpretazione, la drammaturgia e la regia.

Paolo Montalto, la drammaturgia

Una preziosa ricostruzione dei racconti che Puglisi ha ricevuto dall’anziano Paolo Montalto (protagonista di una storia incredibile) che sono poi confluiti in un corposo monologo. Dopo la nascita e l’infanzia, le avventure cominciano col giovane di Portopalo che parte per fare il marinaio e che, suo malgrado, si trova coinvolto, nel secondo conflitto mondiale.

Il monologo in vernacolo colorito, a tratti comico, poi prende la forma vivace del teatro di parola, fa dimenticare allo spettatore l’importanza della scenografia, le luci, e anche i suoni perché, le parole, prendendo per mano, portano via, sussurrano, a tratti urlano pure.

E nel silenzio dopo i fischi delle bombe, nel mare che brucia, dove si riescono a scorgere i corpi che galleggiano dei soldati uccisi Paolo incontra la morte, conosce per la prima volta gli orrori della guerre.

Accanto al protagonista si imparano a conoscere anche i capi, gli umili compagni d’armi, che si possono distinguere dai loro accenti più disparati, qualcuno continua a vivere. Altri li ricorderemo per le loro morti terribili e diverse. Fino alla storica apocalisse di Tobruk: ma Paolino ha nove vite come i gatti e forse più.

Ci saranno ancora la disperazione della fame, la fatica dei lavori forzati, le ferite del corpo e dell’anima, ma anche la stella polare del ricordo di Portopalo a fargli compagnia. Eppure, Paolo, riuscirà sempre a darsi a fare, anche allo stremo delle forze, fino a rivedere, dopo l’Africa, di nuovo l’uscio di casa.

All’autore e interprete, il merito di aver restituito una storia che supera i confini del nostro tempo e che merita di essere conosciuta: un cammino di maturazione, in cui sono presenti tutte le tappe del viaggio dell’eroe. Una narrazione di vita vera, di resilienza, per un teatro che nei gesti e nelle gesta può veramente portare l’esempio: perché chi solo una volta ha conosciuto Paolino Montalto di certo non potrà dimenticarlo.

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