In “Obitus-Ifigenia una storia” non c’è nessuna pietà per nessuno. Perché le storie si devono raccontare come sono. Si potrebbe immaginare: sì, ma narrare, per favore, senza lenti d’ingrandimento che fissino solo il raccapriccio. E invece la sensazione disturbante serve a far percepire la gravità di una situazione.
Così come non servono i binocoli che lasciano immaginare la scena da lontano per non averne troppa paura. Le storie, a costo di fare molto male, vanno fatte sentire sulla pelle, con tutto l’odore, i liquidi che scorrono, senza infingimenti, perchè si possa tirare dalle maglie dell’anima lo spettatore.
Obitus
Così è Obitus. Non per tutti. Corposa, coraggiosa sfida Obitus, che richiede fegato nel parlare con evoluta crudezza del femminicidio visto dalla parte della coscienza della vittima, di ciò che resta, dopo i calci in viso che si tramutano in flashback di quando era bambina, una carrellata di gioie e di infelicità. Il corpo di Vittoria porta con sé in obitorio le memorie di ciò che lasciamo possa ugualmente riempirci: amore e dolore. Con diversi risultati. Vittoria ci ricorda le voci che non ascoltiamo, i campanelli d’allarme, il male che non vediamo, i volti di sconosciute che impariamo a conoscere solo da foto prese da social che diventano improvvisamente l’unico documento di riconoscimento.
Così nessuna pietà per Vittoria, lavoratrice, vincente, vincitrice, ha Nicola suo. Ennesimo marito omicida, faccia da “e chi se lo aspettava?”, di cronache annunciate che fanno il giro dei media per qualche giorno, indignano, per poi finire nomi scritti su lapidi o sentenze, se va bene in tribunale.
La drammaturgia
Così nessuna pietà hanno Tiziana Bianca Calabrò ed Eleonora Scrivo nella drammaturgia schietta, costruita, mattone dopo mattone su “Parl8”, uno dei racconti contenuti nel loro libro “La cura provvisoria dei tratti fragili” di Città del Sole. Da poche frastagliate pagine come pezzi del corpo della vittima si rimpolpa l’epopea di Vittoria, eroina non solo di nome.
Dalle parole le autrici arrivano alla drammaturgia a cui dà anima, splendidamente, l’armonia di Renata Falcone. Un corpo quello dell’attrice che irrompe in scena correndo, come farebbe una rondine in volo, un volo che tradisce troppa irruenza per esser quello di un animale libero. Una corsa che è invece l’ennesima fuga feroce prima del puzzle finale in cui il cadavere racconta tante storie: braccia, collo, bacino, osso ioide e tutto quello che non è più al suo posto, se non il ricordo dell’amore.
Lo spettacolo è una produzione Adexo, per la regia di Basilio Musolino, la prima è andata in scena nell’area di Antigone, sull’Osservatorio sulla ‘Ndrangheta, nell’ambito di “Balenando in Burrasca Reading festival Le miti”. Le musiche originali sono di Antonio Aprile, il trucco di Luisa Malaspina, le fotografie della prima uscita di Marco Costantino.
A “Obitus”, moderna drammaturgia, il delicato e fondamentale compito di portare la voce di Vittoria a tutte le altre “Vittoria” affinché possano prendere consapevolezza e vivere .
Foto Marco Costantino





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