“Col buio me la vedo io”. Con questa rassicurante promessa fatta dalla nonna alla protagonista, Lucia Carbone, ci inoltriamo fiduciosi dentro quelle che sono anche le cantine della nostra mente, in cui anche il buio può divenire una sorta di riparo per corpi e anime.
Ma il segreto, nell’ultimo libro di Anna Mallamo, Einaudi Editore, è saper riconoscere la coesistenza degli opposti: perché se Lucia, come la Santa porta in sé questo anelare la luce, il suo cognome, Carbone trafigge con l’abisso dell’oscurità. Lucia rapisce e tiene prigioniero nella cantina di casa dismessa della nonna, Rosario Cristallo, figlio di un boss, cognome prezioso e brillante al quale non risponde però lo stato di famiglia.
Reggio, nostra Signora della Divorazioni
In primo piano, accanto a Lucia, c’è Reggio Calabria dipinta con tratti veristi nel pieno degli anni Ottanta. Una tela alla quale Anna Mallamo rende omaggio ricordando persino le figure di Maria e Jolanda che a quei tempi vagavano per le strade della città a dare parole e parolacce e a chiedere elemosine.
Reggio è grazia e disgrazia, azzurro dello Stretto e freddo di cose non dette, di segreti arruffati. Reggio vive nel libro con l’arrendevolezza e la familiarità dei suoi odori e dei suoi luoghi. C’è poi il sapore di sangue della città rotta. Nonostante la bellezza sfaccettata del suo blu, del verde, Reggio, a tratti pare Nostra Signora della Divorazioni: sorride e si accanisce, affanna e consola, distrugge con una grande voracità, tutto prende, tutto inghiotte. Anche Lucia, figlia di quel tempo dei morti ammazzati per strada, protagonista sedicenne ne assorbe il lato a tratti ombroso, nonostante la sua età la porti, invece, come svolta naturale verso la primavera, la scoperta.
Il linguaggio
È il linguaggio dell’autrice la vera benedizione del libro. Un intercalare sano di spunto del dialetto reggino che s’incastonano perfettamente e rendono vivida l’atmosfera. Parole evocative, suoni plasmanti che disegnano una realtà cruda, voluminosa, verace.
Le donne
E poi ci sono le donne. Il romanzo è narrazione schietta di donne mute, ma che tessono, che lavorano, che muovono comunque i fili e che portano, nel bene o nel male, con la loro opera silenziosa, un cambiamento.
Tre donne, Lucia, la nonna e la zia Rosa, la cui coesistenza in una realtà tra presente e passato disvela dubbi e segreti. Ciò che pare non è. E per leggere la verità bisogna andare a fondo. Così se fossero carte dei Tarocchi Lucia incarnerebbe l’Appeso, colui che è nel tunnel, in procinto di nascere o di sbocciare, come suggerisce l’età, focalizzato nel momento di incertezza, sospeso, in un non luogo, il buio appunto, da cui non sa ancora discernere la verità e guarda e aspetta, mentre anela passare oltre.
E poi c’è la figura della nonna, Lucia, che è la Papessa, buona o cattiva, non è questo il senso. Quel che per lei è fondamentale è la conoscenza, l’aver acquisito le consapevolezze necessarie per stare al mondo e dominarlo, anche solo con gli occhi.
E poi Zia Rosa, una sorta di Arcano Tredici, molto più che una comparsa muta. È invece uno spartiacque decisivo, colei che fa posto al nuovo, falciando tutto ciò che non serve con il suo attrezzo, affinché si possano piantare i semi della verità.
Un libro che è la preghiera degli opposti. Come nel migliore dei thriller si sviluppa in un finale ghiotto. Un invito alla riflessione, nell’attesa di trovare risposte, dalla prima all’ultima pagina e poi oltre. Una spinta a scendere dalla cattedra della superficialità dalla quale si pretende di giudicare con troppa facilità ciò che è giusto da quello che non lo è.





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