«Un atto d’incoscienza e di coraggio». Da questa formula alchemica nasce “Scampoli di luce” della poetessa Domenica Pirilli, volume edito da Controluna e presentato a palazzo Alvaro a Reggio Calabria, con l’autrice, lo sguardo critico di Gianfranco Cordì, filosofo e giornalista, quello emozionale del sindaco metropolitano Giuseppe Falcomatà e la lettura dei versi a cura di Helena Pedone.
I versi di Scampoli di luce
La scelta di esprimersi oggi in poesia è esemplare e coraggiosa perché i versi rappresentano il modo più diretto per aprire un varco nella nostra anima. E, in questo percorso, non sappiamo a cosa andiamo incontro. Ma lo possiamo scoprire. Un’apertura che ci rende fragili e vulnerabili. Ma anche un modo di confrontarsi a cui le giovani generazioni sono sempre meno avvezze. Da qui l’importanza di tenere viva quest’espressione. “Scampoli di luce”, il titolo, dà il senso di cosa la poesia o, più in generale la scrittura, possa rappresentare per chi ha la necessità e il desiderio profondo di comunicare per esistere. “Afferra il tuo dolore e fanne poesia” scrive la poetessa.
Con la curiosità che la contraddistingue e il desiderio di confronto e contraddittorio, col senso di ribellione e irriverenza, Pirilli utilizza la poesia, e i pensieri, come un’indagatrice che si avvale si sillabe e rime per fare luce, lasciando però sempre al lettore la possibilità di farsi portare nella direzione che avverte più affine. La sua poesia si caratterizza perché non ha un’unica direzione: poesia di suggestione come nelle opere dedicate a monumenti e paesaggi, preghiera, con questo profondo legame con Dio; denuncia scanzonata delle scorrettezze che ognuno di noi affronta nel quotidiano; e poi la cruda realtà della cronaca o il dolce ricordo di chi non c è più, ma c’è ancora. Racconti a tratti struggenti che parlano di guerra, di disperazione, ma anche di porti sicuri. Perché dalla verità della poesia nessuno può sfuggire.
Scampoli di luce: la scrittura come resistenza
«Mettere al mondo delle poesie, esternare il proprio animo, mettere nero su bianco i propri pensieri è già una gran fatica perché è un’opera di scavo interiore notevole – ha chiarito Domenica Pirilli nel suo intervento – Poi però, scriverli e addirittura farmi finire sul libro di così aperta commercializzazione, è veramente un atto di coraggio e d’incoscienza. Per me è il senso della poesia intesa come ponte, come relazione, come strumento per diffondere esperienze utili per altri. Vuol essere un simbolo di fecondità, nel senso positivo nel termine, proprio intesa come produttività e utilità per gli altri ed è questo l’obiettivo dell’opera. Molti versi vi lasceranno indifferenti, ma io sono certa che in qualcuno vi ritroverete perfettamente perché la particolarità della poesia è questa: perdiamo di vista il poeta e ci ritroviamo noi, con quelle parole e la possibilità che quelle parole vengano cucite su di noi e in questo secondo me sta la bellezza della poesia».
Per l’autrice dunque la poesia «Vuole essere l’antitesi all’algoritmo senza cuore. La poesia è un momento per rallentare, riflettere e andare nella profondità delle storie. Sono fatti accaduti realmente e io li ho setacciati con il mio visore. Da tutte le vicende che ho conosciuto ho voluto trarre una visione positiva, affinché “non sia vanificato il sacrificio, il dolore e lo sforzo”. Ciò che regge l’essere umano è l’amore, ma anche la poesia nel senso più bello intesa come esaltazione delle bellezza per contrastare il nichilismo e la rassegnazione che ci assalgono giornalmente. Lo strumento della scrittura di resistenza è l’unico antidoto per evitare l’imbarbarimento emotivo e sociale. Mentre qualcuno brucia i libri noi li scriviamo».




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