Dopo due anni da “I persiani” di Eschilo, Silvio Castiglioni, attore, filosofo e ricercatore teatrale torna a Spazio Teatro con “Viaggio in Armenia”, per la regia di Giovanni Guerrieri, una produzione Celesterosa / I Sacchi Di Sabbia.
Sul palco è la poesia di Osip Mandel’štam la vera protagonista. Sinonimo di resistenza, sopravvissuta alla sua morte dopo la condanna ai lavori forzati in Siberia per buona volontà della moglie, Nadežda Jakovlevna, che ne aveva imparato a memoria i versi e che potè trascriverli e tramandarli.
Viaggio in Armenia
Un lavoro di chiaroscuri quello di Castiglioni, frutto di studi ventennali in teatro, sulla poesia di Mandel’štam, fino al punto di trovare la restituzione migliore anche grazie al prezioso contributo di Fausto Malcovati, docente, traduttore e critico teatrale, uno dei massimi esperti di teatro e cultura russa.
Soggiogati dalla venuta dei sovietici, si stagliano sullo sfondo la cultura e popolo armeno. Tutta la peculiarità di questa bellezza del “Viaggio in Armenia” distrae totalmente l’autore dalla sua missione di celebrare i successi dei russi dopo un quinquennio di dominazione. I versi si ricompongono ribelli perché «Sono figli, sono carne e sono spirito», per questo non possono mentire. Silvio Castiglioni in scena prende le movenze di un libro che aspetta di narrare queste storie e poi si tramuta in un autobiografico racconto, un filo tra la vita e la morte, finissimo come la lametta protagonista di una lunga scena. Ma la poesia non può mentire: perché è il frutto più intimo dell’anima dell’uomo. Una verità che porterà l’autore ad essere esiliato e condannato: ma la bellezza potente dei suoi versi arriva fino a noi, tanto che oggi, Osip Mandel’štam è annoverato tra le voci più profonde del Novecento russo.
Il laboratorio
Da giovedì 26 marzo a sabato 28, Silvio Castiglioni, e la moglie Georgia Galanti, hanno tenuto un intenso laboratorio per gli studenti di tutte le età di Spazio Teatro. Dalla nascita del teatro, agli elementi essenziali, fino alla pratica con un testo, “Ufo“, di Ivan Vyrypaev. Tutto senza retorica, un’essenza che ci ha conquistati.
Uomini intorno a un fuoco, con ombre proiettate che parlano anche quando la voce non ha ancora la sostanza delle parole che conosciamo. Così nacque il teatro: un filo tra la vita e la morte che teneva tutti insieme. Un’eco forte di una nostalgia inevitabile che ancora oggi sentiamo quando guardiamo in scena gli attori e ci aspettiamo da loro qualcosa. Un’attesa che tiene vivi e che, come nell’antichità, restituisce il senso all’umanità.
Un teatro che da cerchio poi si apre a semicerchio, approdando nell’età greca e introducendo un elemento fondamentale: il coro. Il coro che è la nostra voce, il nostro sospetto, il nostro suggerimento. Nei “Sette contro Tebe” impersona la voce della cittadinanza e l’elemento emotivo che subisce la guerra e si contrappone alla pura razionalità del Re Eteocle. In “Medea” il coro di donne solidarizza con la regina per l’ingiustizia subita da Giasone che l’ha lasciata per la figlia del re, ma pur comprendendone il dolore non giustifica l’infanticidio.
Il teatro fatto di ascolto (sic), di azione e di parola, uno trae la forza dall’altro. Il teatro in cui l’attore si relaziona con sé per trovare quel luogo che riesce a fargli abitare il personaggio, seppur cattivo o degenere possa essere. E l’altra relazione fondamentale è quella con chi si condivide il palco, in sincrono o in asincrono che sia, ma tutto perfettamente oleato. E, infine, la relazione col pubblico legame rituale e simbiotico, e il pubblico che cede alla finzione scenica: lo sa che non è vero ma ci crede. Ed è lo stesso pubblico che può, suo malgrado, modificare la performance che va in scena.
In un mondo che quotidianamente ci vuole perfetti, incapaci di fallire, porto a casa, rinnovato, l’insegnamento di Samuel Beckett: «Ho provato. Ho fallito. Non importa. Riproverò. Fallirò ancora. Fallirò meglio». Come un bimbo che non si scusa se cade e non tiene il piede fermo mentre impara a camminare, o se balbetta quando inizia la lallazione, l’errore è il primo mattone dell’apprendimento.
Un grazie a Silvio dal profondo di me, per come si è donato, instancabile, in questi tre giorni, con il suo sapere e la profonda umiltà, umanità e ascolto!





Lascia un commento